da Dott. Marco Sozzi | Ott 15, 2012 | Tutti gli articoli, uncategorized
Recentemente sono stati pubblicati i risultati delle Unità di Ricerca ammesse al cofinanziamento da parte del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca
lo studio di cellule staminali provenienti da polpa dentaria e dai tessuti di derivazione dentaria in generale, rappresenta una prospettiva interessante per le nuove frontiere della ricerca biomedica.
In passato problemi erano sorti in merito alle implicazioni bioetiche relative alla coltura di cellule staminali, in quanto il veto del Comitato Nazionale di Bioetica è posto per le cellule staminali derivanti da tessuti appartenenti alla vita prenatale (embrioni e feti).
Per poter ovviare a questo “limite” i gruppi di ricerca si sono concentrati nel mettere a punto un protocollo relativo l’allestimento di cellule staminali derivanti dalla polpa dentaria, che è invece un tessuto che si sviluppa nell’epoca post-natale, quindi senza alcuna implicazione etica.
Per ciò che concerne la polpa dentaria presente nella dentizione decidua o nei follicoli dentari, in letteratura scientifica è noto che le colture cellulari ottenute da tali tessuti abbiano caratteristiche quantitativamente superiori alle medesime colture eseguite da prelievi di midollo osseo, tecnica più invasiva (prelievo per aspirazione dalla cresta iliaca) e spesso poco tollerata dal paziente.
La dentizione decidua, dal suo canto, è un materiale facilmente reperibile in quanto tutti i bambini del pianeta la perdono nel transito con la dentizione permanente.
Il limite maggiore di questa ricerca incentrata sulle cellule staminali, a oggi è rappresentato essenzialmente dal loro isolamento, poiché tendono a scomparire dalla polpa dentaria superato il trentesimo anno di età, e dal loro mantenimento in laboratorio nello stadio indifferenziato; infatti, le cellule staminali non possono essere coltivate a lungo poiché dopo alcune divisioni cellulari tendono a perdere le caratteristiche di pluripotenzialità.
In alcuni casi le cellule staminali prelevate da organismi adulti possono contenere anomalie del DNA dovute a invecchiamento e accumulo di mutazioni.
I risultati attesi dalla presente ricerca potranno contribuire in modo significativo allo sviluppo di biotecnologie capaci di rendere possibile un sempre maggiore utilizzo terapeutico delle cellule staminali provenienti da una fonte facilmente accessibile, come quella rappresentata dagli elementi dentali.
In conclusione vi è una grande potenzialità per il loro utilizzo terapeutico una volta estratte dal singolo dente, in quanto se ben “indirizzate” (per esempio stimolandole in tal senso attraverso i regolatori di formazione dell’osso) potrebbero essere utilizzate per la rigenerazione ossea, parodontale o addirittura la genesi de novo di elementi dentari, creando possibilità reali in un futuro forse non troppo distante.Responsabile scientifico Nazionale Progetto di Ricerca di Interesse Nazionale (Prin) 2009: prof. Felice Roberto Grassi.
Componenti Gruppo di Ricerca: Andrea Ballini, Giorgio Mori, Maria Grano, Silvia Colucci, Mariasevera Di Comite, Mina Brunetti, Angela Oranger, Claudia Carbone, Stefania Cantore, Vito Crincoli, Francesco Papa, Biagio Rapone.
da Dott. Marco Sozzi | Lug 18, 2012 | Tutti gli articoli, uncategorized

I capelli rossi sono il risultato di una variante di un gene che gioca un ruolo chiave nei capelli umani e colore della pelle. In base ad altre ricerche questo stesso gene è coinvolto nella produzione di endorfine, antidolorifici naturali prodotti dal nostro corpo, e potrebbe anche influenzare la soglia del dolore.
Uno studio sta indagando se le persone dalla pelle chiara e capelli rossi reagiscono in modo diverso al dolore.
Questo potrebbe significare devono essere trattati in modo diverso durante la somministrazione di anestetici.
I ricercatori della Southampton University Hospital hanno reclutato volontari dai capelli rossi di età superiore ai 30, dopo aver somministrato loro anestesia locale gli diedero piccole scosse elettriche sulla coscia.
Le loro reazioni sono state poi confrontate con un gruppo di controllo di uomini e donne con capelli castani o neri.
Questo studio ha scoperto che per le donne con i capelli rossi era necessario somministrare il 19 per cento in più di antidolorifico per impedire loro di indietreggiare durante la stimolazione elettrica rispetto alle donne con capelli scuri.
da Dott. Marco Sozzi | Lug 16, 2012 | Tutti gli articoli, uncategorized
Secondo alcuni ricercatori statunitensi la conoscenza approfondita della malattia da reflusso gastroesofageo (MRGE) può aiutare l’odontoiatra a essere più convincente nell’invitare il paziente a curare questo disturbo. I risultati del loro studio sono stati pubblicati recentemente da JADA.
I ricercatori hanno coinvolto 12 pazienti con MRGE e sei persone sane e hanno analizzato le loro impronte dentali nel corso di sei mesi utilizzando scansioni digitali tridimensionali in grado di valutare le minime variazioni nello spessore dello smalto.
I risultati dello studio
“Abbiamo rilevato che l’erosione dentale nei pazienti con MRGE può progredire fino a un’ampiezza di decine di micron in soli sei mesi, che l’erosione dovuta a reflusso coinvolge anche le superfici occlusali, e che l’entità raddoppia nei punti di contatto tra denti superiori e inferiori” scrivono i ricercatori. Il reflusso gastroesofageo, infatti, indebolisce lo strato superficiale dello smalto; considerando che tutti i pazienti con MRGE tenevano il disturbo sotto controllo attraverso farmaci da banco o prescritti da uno specialista, si può supporre che l’entità del danno può essere superiore nei pazienti che non sanno ancora di soffrire di MRGE o non curano la patologia. Più precisamente, l’entità dell’erosione nei pazienti con MRGE è stata tra 0,02 e 0,06 mm, con punte di 0,10 mm in alcune superfici dentali.
“La malattia da reflusso gastroesofageo è una condizione comune e ha una prevalenza tra il 10 e il 20% nella popolazione dei Paesi industrializzati” riporta lo studio.
Quantitative analysis of tooth surface loss associated with gastroesophageal reflux disease: A longitudinal clinical study
J Am Dent Assoc 2012;143(3):278-85.
da Dott. Marco Sozzi | Lug 16, 2012 | Tutti gli articoli, uncategorized
Non tutti gli sport mettono i denti a rischio allo stesso modo, e talvolta sembrano “nascondere” la loro pericolosità. È il caso della pallanuoto che, forse grazie all’acqua, fa dimenticare che braccia e teste sono spesso sopra la superficie e si possono scontrare in modo violento. L’International Dental Federation, che ha valutato gli sport in base al rischio di trauma dentale, non ha classificato la pallanuoto tra le attività più pericolose come hockey su ghiaccio, pattinaggio o football americano, ma l’ha pur sempre inserita tra gli sport di medio rischio.
“Quasi metà degli atleti intervistati (44,6%), che avevano un’età compresa tra 14 e 63 anni, ha dichiarato di avere assistito a un incidente di gioco con trauma dentale” ha descritto Silvan Hersberger del Centro di traumatologia dentale dell’Università di Basilea, in Svizzera. “Inoltre i giocatori che avevano personalmente subito un trauma dentale erano 87 (21%) e, tra questi, la maggior parte aveva riportato la frattura di un dente (16,4%) che risulta quindi il tipo di trauma più frequente. Possiamo supporre che la vicinanza fisica con gli avversari, la velocità di gioco e la combinazione di lanci e movimenti natatori delle braccia favoriscano incidenti con questo tipo di conseguenze.” La conferma che siano proprio le caratteristiche del gioco, veloce e di contatto, a creare le occasioni per il verificarsi di queste lesioni è il fatto che esse si verificano in uguale misura tra gli uomini e le donne, per le quali il ritmo del gioco e dei movimenti evidentemente non rallenta.
Come è noto una protezione efficace per i traumi dentali esiste ed è il paradenti, uno strumento che, però, anche nella pallanuoto non sembra essere molto apprezzato. “Solo 32 atleti, ossia il 7,7% degli intervistati, indossa un paradenti mentre gioca mentre la maggioranza del campione ha affermato di non utilizzare la protezione perché non la considera necessaria” spiega il ricercatore; “il fatto che i giocatori che utilizzano la protezione non sono concentrati nelle serie maggiori né in particolari fasce d’età dimostra che l’erronea convinzione dell’inutilità del paradenti è molto diffusa.”
Gli sport che hanno reso l’uso del paradenti obbligatorio come la boxe, il rugby e il football sono riusciti a cambiare la mentalità degli atleti e a far loro superare l’idea che questa protezione ostacoli la respirazione, renda difficile la comunicazione e comprometta l’estetica del viso. “Secondo i nostri dati l’incidenza dei traumi dentali nella pallanuoto (21%) è piuttosto alta rispetto ad altri sport di medio rischio come la pallamano, lo squash e il basket, per i quali l’incidenza si attesta tra il 4,5% e il 16,6%; per questo motivo riteniamo che le informazioni sull’efficacia degli strumenti di protezione dovrebbero essere promosse e che il paradenti dovrebbe essere reso obbligatorio per i giocatori di pallanuoto di qualsiasi livello.”
Dental injuries in water polo, a survey of players in Switzerland
Dent Traumatol 2011 Nov 23. [Epub ahead of print]
da Dott. Marco Sozzi | Lug 11, 2012 | Tutti gli articoli, uncategorized
Non è raro incontrare qualcuno che, per combattere il calo di energie assume ginseng in capsule e lo consiglia anche a noi; l’odontoiatra però dovrebbe essere molto attento perché determinano un maggior rischio di sanguinamento.
Come riporta uno studio, pubblicato dalla rivista Oral Surgery, Oral Medicine, Oral Pathology, Oral Radiology and Endodontics, i pazienti più propensi a utilizzare questi rimedi sono le donne, che costituiscono il 70,9% del totale; per quanto riguarda l’età, la metà degli utilizzatori si trova nella fascia d’età compresa tra 40 e 59 anni, le persone ultrasessantenni costituiscono il 29,8%, mentre i più giovani, al di sotto dei 40 anni, sono il 21,3% degli utilizzatori”.
I rimedi indicati da questi pazienti sono stati 21 in totale, ma interessante è stato scoprire che quelli maggiormente utilizzati erano cinque: tè verde (39,6% dei pazienti), aglio (13,3%), echinacea (9,5%), gingko biloba (9%) e ginseng (6,2%).
“Questi cinque rimedi sono sostanze bioattive con potenziali implicazioni cliniche e quattro di esse, ossia il tè verde, l’aglio, il gingko biloba e il ginseng, hanno azione anticoagulante e possono aumentare il rischio di sanguinamento in caso di intervento odontoiatrico” .
“In particolare, il tè verde ha azione anticoagulante e stimolante sul sistema nervoso centrale; assunto in dosi relativamente alte e per un tempo prolungato può essere epatotossico. L’echinacea, il ginkgo biloba e il ginseng, a causa dei loro effetti sul citocromo P-450, possono interferire con la biotrasformazione di vari farmaci utilizzati in odontoiatria come le benzodiazepine, gli oppiacei, i macrolidi e la carbamazepina, alterandone la biodisponibilità e gli effetti farmacologici. Anche l’aglio ha la capacità di inibire la sintesi di trombossano A2 e ha un’azione anticoagulante”.
Negli Stati Uniti le ricerche dicono che la percentuale di popolazione che utilizza questi rimedi è passata dal 2,2% del 1990 al 12% del 1997 al 22% del 2006.
E’ importante quindi informare il proprio odontoiatra di un’eventuale assunzione di rimedi vegetali e tenersi informato riguardo ai potenziali effetti negativi e alle interazioni di queste sostanze.
Herbal supplement use among adult dental patients in a USA dental school clinic: prevalence, patient demographics, and clinical implications.
Oral Surg Oral Med Oral Pathol Oral Radiol Endod 2011;111:320-5.